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Mata e Grifone
Il fiore all’occhiello dell’Associazione
“Mythos” è rappresentato da “u Giganti c’a Gigantissa”. Si
tratta di una coppia di fantocci di cartapesta, Mata e
Grifone, alti circa tre metri e realizzati da una scultrice
locale.
La leggenda del gigantismo nell’area dello
stretto, narra, se è vero come a noi sembra, che l’odissea e
la elaborazione dei miti epicori del territorio meridionale
dell’Italia e della Sicilia, che fu pure dei coloni greci di
Calcide, fondatori di Reggio nel secolo VIII a.C., allora è
utile coordinare con queste tradizioni locali e spiegare le
strutture gigantesche esistenti nella montagna calabrese
mediana, tra Aspromonte e Sila.
La loro esistenza resta una testimonianza
documentale formidabile e noi ci serviremo di essa per
spiegare il fenomeno del gigantismo nell’area dello stretto
di Scilla.
Il testo è il poema dell’Odissea scritto dallo Pseudo-Omero,
proprio nel secolo di fondazione della colonia Calcidese
(vedi canto X vv 80 ess.).
Le presenze megalitiche, organizzate secondo
ciò che sembrerebbero i segni di città primitive, non
potevano di certo lasciare indifferente la fervida mente
dello Pseudo-Omero tanto che in esse vi collocò una comunità
di mostri giganteschi; l’attenta lettura dimostra che il
testo greco e le evidenze archeologiche si incastrano
perfettamente. Possiamo quindi ritenere che la lettura
omerica presenta figure fantastiche,gigantesche e
primordiali, collocandone l’esistenza proprio
nell’entroterra calabrese, gettando così le basi per la
nascita di leggende e tradizioni folkloriche già presenti ai
tempi dei coloni calcidesi.
Su queste tradizioni ancora noi oggi ci
muoviamo, restaurandone luoghi e personaggi, suoni e
movimenti. Secondo un’antica tradizione popolare, infatti, i
fondatori di alcune città dello Stretto furono due giganti;
essi nei loro nomi contengono le epoche e la storia dei
nostri territori: Kronos e Rea (alla greca) Saturno e Cibele
(alla latina), Cam e Rea, Zanche e Rea, Grifone e Mata…
Attraverso le ricerche etnostoriche fino ad
oggi condotte, è stata svelata l’identità del gigante
Grifone: egli era un saraceno di nome Hassan Ibn-Hammar,
sbarcato nello stretto nel 970 d.C., innamoratosi di una
bella e nobile fanciulla, di nome Mata, e convertitosi, pur
di averla sposa alla religione cristiana.
Ebbero tanti figli e costruirono diversi
villaggi. Questi giganti ci hanno impaurito, difeso, e noi
ancora oggi, come fecero i calcidesi, li teniamo vivi in una
continuità filo-antropologica dai significati arcaici. Non è
difficile dunque ricondurre il regno di Mata e Grifone, il
loro ballo monotono e ripetitivo e tribale, ai versi omerici
attraverso i quali apparvero la prima volta sottoforma di
documento scritto.
La ballata consiste in un corteggiamento, quasi
uno sfiorarsi di sentimenti che fanno presagire un volersi
amare, nella sua totale maestosità al di sopra di qualsiasi
pregiudizio umano.
Nello spettacolo dell'Associazione "Mythos" la
ballata dei giganti è presentata e accompagnata dalla
seguente poesia:
Campava na vota tra Riggiu e Messina,
aundi supra u mari ‘ncera na fata...,
u re ca’ so reggina,
Grifoni era u so nomu e so mugghjeri si chiamava Mata.
La storia chi vi cantu è cosa vera,
chi quando a pensu u mari si sculura,
milli saraceni,reci navi e na lumera,
purtavunu ‘nta notti guerra e sbintura.
A manu a manu chi cu l’unda ‘mbicinava,
a morti presentava la bufera,
e senza sapiri chiddu ca’ spittava
si priparava a mentiri a bandera.
I notti e notti mentri u populu durmiva
U Giganti si curcau ‘nta na vaddhata,
a Gigantissa, ambeci, ch’era jata
vitti ddhu sortu darmamentu chi viniva.
Chiamau a so maritu ‘nta scarpata,
mi ‘nci cunta tuttu ddhu turmentu,
e pi ‘ scongiurari prestu u tradimenti,
‘mbintaru sta’ sunata e sta’ ballata.
Quandu i saraceni vitturu i giganti,
pinsaru ci ‘ndajva nautri milli,
fuendu e priandu tutti i Santi,
lassaru li numeri chi scintilli.
Facimu ‘na vutata e na’ girata
‘ncuntramundi da novu, testa cu testa,
e si st’amici vonnu puru l’affruntata
scanzativi davanti e faciti pista.
Pirchì, si no’ facimu, chi ‘ndi rresta
i sta’ sciusciata i tempu chi campami,
si non c’è paci e amuri non c’è festa,
nenti cugghjmu si nenti siminamu.
Peppe Bombino |