Tradizioni popolari, spettacoli di strada - Via Marcuccio, 12 - 89135 Gallico Superiore - Reggio Calabria
 
Home
Chi siamo
Mata e Grifone
Spettacoli
Gallery
Contatti
Sponsor

Siti consigliati

 

   Mata e Grifone

  
Il fiore all’occhiello dell’Associazione “Mythos” è rappresentato da “u Giganti c’a Gigantissa”. Si tratta di una coppia di fantocci di cartapesta, Mata e Grifone, alti circa tre metri e realizzati da una scultrice locale.

   La leggenda del gigantismo nell’area dello stretto, narra, se è vero come a noi sembra, che l’odissea e la elaborazione dei miti epicori del territorio meridionale dell’Italia e della Sicilia, che fu pure dei coloni greci di Calcide, fondatori di Reggio nel secolo VIII a.C., allora è utile coordinare con queste tradizioni locali e spiegare le strutture gigantesche esistenti nella montagna calabrese mediana, tra Aspromonte e Sila.

   La loro esistenza resta una testimonianza documentale formidabile e noi ci serviremo di essa per spiegare il fenomeno del gigantismo nell’area dello stretto di Scilla.
   Il testo è il poema dell’Odissea scritto dallo Pseudo-Omero, proprio nel secolo di fondazione della colonia Calcidese (vedi canto X vv 80 ess.).

   Le presenze megalitiche, organizzate secondo ciò che sembrerebbero i segni di città primitive, non potevano di certo lasciare indifferente la fervida mente dello Pseudo-Omero tanto che in esse vi collocò una comunità di mostri giganteschi; l’attenta lettura dimostra che il testo greco e le evidenze archeologiche si incastrano perfettamente. Possiamo quindi ritenere che la lettura omerica presenta figure fantastiche,gigantesche e primordiali, collocandone l’esistenza proprio nell’entroterra calabrese, gettando così le basi per la nascita di leggende e tradizioni folkloriche già presenti ai tempi dei coloni calcidesi.

   Su queste tradizioni ancora noi oggi ci muoviamo, restaurandone luoghi e personaggi, suoni e movimenti. Secondo un’antica tradizione popolare, infatti, i fondatori di alcune città dello Stretto furono due giganti; essi nei loro nomi contengono le epoche e la storia dei nostri territori: Kronos e Rea (alla greca) Saturno e Cibele (alla latina), Cam e Rea, Zanche e Rea, Grifone e Mata…

   Attraverso le ricerche etnostoriche fino ad oggi condotte, è stata svelata l’identità del gigante Grifone: egli era un saraceno di nome Hassan Ibn-Hammar, sbarcato nello stretto nel 970 d.C., innamoratosi di una bella e nobile fanciulla, di nome Mata, e convertitosi, pur di averla sposa alla religione cristiana.

   Ebbero tanti figli e costruirono diversi villaggi. Questi giganti ci hanno impaurito, difeso, e noi ancora oggi, come fecero i calcidesi, li teniamo vivi in una continuità filo-antropologica dai significati arcaici. Non è difficile dunque ricondurre il regno di Mata e Grifone, il loro ballo monotono e ripetitivo e tribale, ai versi omerici attraverso i quali apparvero la prima volta sottoforma di documento scritto.

   La ballata consiste in un corteggiamento, quasi uno sfiorarsi di sentimenti che fanno presagire un volersi amare, nella sua totale maestosità al di sopra di qualsiasi pregiudizio umano.

   Nello spettacolo dell'Associazione "Mythos" la ballata dei giganti è presentata e accompagnata dalla seguente poesia:

Campava na vota tra Riggiu e Messina,
aundi supra u mari ‘ncera na fata...,
u re ca’ so reggina,
Grifoni era u so nomu e so mugghjeri si chiamava Mata. 

La storia chi vi cantu è cosa vera,
chi quando a pensu u mari si sculura,
milli saraceni,reci navi e na lumera,
purtavunu ‘nta notti guerra e sbintura. 

A manu a manu chi cu l’unda ‘mbicinava,
a morti presentava la bufera,
e senza sapiri chiddu ca’ spittava
si priparava a mentiri a bandera.

I notti e notti mentri u populu durmiva
U Giganti si curcau ‘nta na  vaddhata,
a Gigantissa, ambeci, ch’era jata
vitti ddhu sortu darmamentu chi viniva. 

Chiamau a so maritu ‘nta scarpata,
mi ‘nci cunta tuttu ddhu turmentu,
e pi ‘ scongiurari prestu u tradimenti,
‘mbintaru sta’ sunata e sta’ ballata. 

Quandu i saraceni vitturu i giganti,
pinsaru ci ‘ndajva nautri milli,
fuendu e priandu tutti i Santi,
lassaru li numeri chi scintilli. 

Facimu ‘na vutata e na’ girata
‘ncuntramundi da novu, testa cu testa,
e si st’amici vonnu puru l’affruntata
scanzativi davanti e faciti pista. 

Pirchì, si no’ facimu, chi ‘ndi rresta
i sta’  sciusciata i tempu chi campami,
si non c’è paci e amuri non c’è festa,
nenti cugghjmu si nenti siminamu.

Peppe Bombino