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Si può defascistizzare l’Italia?

“Si può defascistizzare l’Italia?” è una domanda che al suo interno ne contiene altre due: “Cos’è stato fatto nella storia per defascistizzare l’Italia?” e “Come mai questo tema è di nuovo attuale?”. Riguardo l’attualità non c’è moltissimo da dire, poiché si tratta di una tendenza comune ad altre zone del mondo ed è stata riassunta da Cus Mudde nel suo ‘Ultradestra’, ormai un classico del pensiero politico contemporaneo. Quello che invece è mancato per decenni è il discorso sull’eredità del fascismo. Un tema che i fascisti si sono posti fin dal momento in cui il “fascismo storico” stava finendo, parliamo degli ultimi mesi della RSI, e che un certo tipo di antifascismo ha sottovalutato nel nome della “nuova pace” e dell’emergente logica dei blocchi. Ciò ha portato a un doppio rimosso: da un lato quello della forza dell’ideologia, ritenuta incapace di sopravvivere alla struttura politica; dall’altro quello delle azioni commesse, a cominciare dal proprio passato coloniale che è uno dei grandi assenti nella memoria collettiva. In questo vuoto, emerso fin dal 1946 cioè l’anno dell’amnistia Togliatti e quello in cui nasce il Movimento Sociale Italiano, molti uomini del regime sono diventati figure di primo piano della nascente repubblica e sono sorte tutta una serie di narrazioni che non corrispondono al vero, sintetizzabili nella frase “Mussolini ha fatto cose buone”. Questo doppio rimosso non solo è sopravvissuto nei decenni ma negli ultimi 20 anni si è rafforzato a partire dal concetto della “memoria condivisa” che ha ulteriormente avvelenato i pozzi. Si può rompere questo schema narrativo e ricostruire una memoria, oltre che una coscienza politica antifascista? Si può, a patto di mettere questo processo su tre pilastri. Il primo è la storiografia; il secondo è la messa in discussione di una serie di assunti culturali; il terzo è l’accettazione di una serie di responsabilità che l’Italia ha avuto lungo tutto il ’900. Quindi anche oltre la fine del “fascismo storico” perché qualcosa gli è sopravvissuto e dura fino a oggi.

Nell’immagine di copertina: Anthony Quinn nel film “Il Leone del deserto” che ha molto a che fare con il tema di oggi

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